Emergenza industria sarda. Intervento di on. Claudia Zuncheddu

La straordinaria manifestazione sindacale di venerdì  scorso ha avuto la “certificazione” da parte del responsabile per l’ordine pubblico della Questura di Cagliari come la più imponente degli ultimi trent’anni. I sindacati si aspettavano 30.000 partecipanti, ne sono scesi in piazza oltre  il doppio a ricordare alla politica sarda e a quella italiana che “non se ne può più” di vedere irrisolti i soliti problemi che fanno accrescere la condizione di dipendenza della nostra nazione sarda.

Giova ricordare che quei lavoratori hanno anche rinunciato a un pezzo del proprio magro salario per poter scendere in piazza…

La piattaforma sindacale alla base dello sciopero generale è stata fatta propria da tutte le forze politiche che siedono in quest’aula.  A esse si sono aggiunte anche la CSS e Sardigna Natzione.

Un grande momento di  unità del “Popolo Sardo”? o forse un gattopardesco rimescolamento delle posizioni  per nascondere precise responsabilità, di ieri e di oggi, della classe politica che in questi ultimi vent’anni  si è avvicendata nei ruoli di governo e di opposizione in Consiglio regionale?

Già a fine anni settanta la Sardegna fu travolta dalle prime macerie di un modello di sviluppo  basato sulla grande industria. Le lotte operaie di quegli anni e la vertenza per rivendicare un  “nuovo modello di sviluppo” indicarono con forza l’urgenza di superare quegli elementi fattoriali  che condizionavano sin dd’allora l’intera economia isolana, quali il costo dei trasporti, del credito, dell’energia;  ma quelli erano anni in cui ancora esistevano le partecipazioni statali dell’ENI, dell’EFIM, dell’IRI e verso quelle controparti si indirizzarono le rivendicazioni dei sardi per ottenere condizioni di pari dignità e opportunità di sviluppo economico e sociale dell’Isola. La stessa Enel era ancora un ente di stato.

Ma lo Stato e il governo della politica italiana, non seppe e non  volle ascoltare le proteste e le proposte delle lotte sindacali di quegli anni. A raccogliere le ragioni di quelle lotte sociali e a farle diventare progetto politico fu un partito, che seppe intercettare le speranze di riscatto economico, sociale, politico, culturale del popolo sardo, della “Nazione Sarda”. Erano anni in cui a parlare di nazione sarda erano i gruppi politici del post e neo sardismo e il  PSdAz, che venivano tacciato di “terrorismo”, peggio, accusati di complotti separatisti…

Oggi il concetto di “Nazione Sarda” è accettato un po’ da tutti, almeno apparentemente. Ma   i “neofiti patrioti” della causa sarda farebbero bene a rivisitare la storia politica di quegli anni, scoprirebbero la straorinaria attualità delle proposte politiche di quegli anni, gli obiettivi di un nuovo sardismo che l’elettorato sardo premiò, portando Mario Melis al governo della regione. Un ripasso che potrebbe tornare utile anche a chi non è proprio neofita della “sarda nazione”.

Noi Rossomori, eredi di quella straordinaria stagione in cui il PSdAz fu davvero “grande”  perché seppe unire tutto il sardismo che fu di segno indipendentista  e progressista. Stagione oggi rinnegata dallo stesso Psd’az , divenuto guardiano di forze conservatrici e certamente più attento ad altro….

Per chi pensa di fuggire dalle proprie responsabilità di appoggio al governo regionale in carica, proponendo il superamento dell’attuale modello industriale da sostituire con un non meglio precisato “nuovo modello di sviluppo” (come ha fatto l’on. Planetta) suggerisco la rilettura delle posizioni del presidente Melis sulle partecipazioni statali, alle quali si chiedeva le contropartite per quelle vere e proprie “servitù industriali” di cui soffriva la Sardegna con le industrie di base, con delle richieste che andavano ben oltre la mera difesa dell’esistente. Ma non rinunciava alla difesa di quell’apparato industriale esistente, così come non rinunciava e non derogava sulla difesa dell’ambiente.

In  quella fase l’area di Porto Vesme fu dichiarata area ad alto rischio ambientale e furono stanziate le risorse finanziarie per la bonifica ambientale, che tutt’ora attende di essere realizzata.

Ma quella strategia e progetto politico fu sconfitto; la giunta a guida sardista durò solo una legislatura. Quella stagione di speranza sardista fu interrotta dai veti delle succursali sarde dei partiti italiani. Diversi responsabili di quella sconfitta calcano ancora la scena politica isolana, senza aver pagato dazio, a destra, al centro e a sinistra.

Intanto finiva l’era delle partecipazioni statali, la Sardegna passava dalla fase dello sfruttamento a quella dell’abbandono:  l’Efim regalava agli americani dell’Alcoa gli impianti di produzione dell’alluminio primario del Sulcis; l’Eni regalava alla multinazionale svizzera Glencore gli impianti metallurgici del piombo-zinco della Porto Vesme srl del Sulcis e di San Gavino; sempre l’Eni scappava dalla chimica e scaricava le miniere della Carbosulcis alla Regione sarda (On: La Spisa, può dirci con precisione quanto grava sul bilancio regionale ogni anno la Carbosulcis, 30 o 40 milioni di euro?).

Tale disimpegno ha poi provocato la chiusura della Comsal e della Sardal, le uniche aziende di verticalizzazione delle produzioni di alluminio primario, così come la chiusura della Scaini di Villacidro e della stessa fonderia di San Gavino.

L’Eurallumina, invece, dopo vari passaggi di proprietà è passata nelle mani dei russi della Rusal; ora è desolatamente ferma da un anno, nonostante le rassicuranti promesse (o inganni?!) elettorali di Berlusconi, che confida “nell’amico Putin”.

Promesse berlusconiane che hanno consentito al Presidente Cappellacci di sedersi dov’è!

Negli anni novanta le aziende di stato sono scappate da Porto Torres, da Ottana, dal Sulcis, da Macchiareddu, dal Medio Campidano, senza neanche bonificare le aree industriali che avevano ampiamente inquinato  compromettendo la salute delle popolazioni e dell’ambiente.

La privatizzazione dell’Enel e la liberalizzazione del mercato dell’energia ha provocato in Sardegna un aumento delle tariffe per tutti.

Mentre in Italia il “metano dava una mano”, ai sardi spezzava le gambe…

L’elenco delle aziende manifatturiere messe fuori mercato dalle tariffe “ineguali” dell’energia, dei trasporti, del credito, è un elenco infinito, scandito dalla cronaca delle lotte sindacali  degli ultimi 20 anni che ha provocato la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, alle quali vanno sommati quelli persi  nell’artigianato, ignorati anche dalla cronaca e senza ammortizzatori sociali.

Da oltre dieci anni, ai più attenti,  è chiaro che “ il prezzo dell’energia è la mamma di tutte le vertenze” di tutti i comparti produttivi , non solo di  quelli energivori. La vertenza Alcoa è solo la punta di un iceberg che sta travolgendo da anni l’economia isolana.

Siamo di fronte non già ad aiuti di stato, ma a un vero e proprio furto… di stato!

La dimensione di tale “rapina” ci è stata fornita  a novembre scorso in occasione del convegno congiunto organizzato da Regione e governo italiano sul Galsi  dove è stato annunciato che la prossima metanizzazione della Sardegna produrrà un risparmio di 500 milioni di euro all’anno: cioè a dire che in tutti questi anni in cui la Sardegna è stata ed è tuttora l’unica regione d’Italia esclusa dalla metanizzazione ha pagato  una tassa impropria di 500 milioni all’anno, un furto di stato, appunto!

Negli anni sessanta la nazionalizzazione dell’energia elettrica assorbì anche (l’En.Sa.E) l’ente regionale per l’energia, fortemente voluto dai sardisti già nella prima giunta regionale nel 1950, attraverso il quale la Sardegna rompeva il monopolio elettrico  esercitato allora dalla Società Elettrica Sarda della Bastogi. Quella decisione determinò precise scelte di politiche energetiche, realizzando centrali  e reti elettriche che contribuirono a modernizzare la Sardegna.

Stiamo scontando la mancanza di coraggio nel riprenderci la sovranità in materia energetica allorquando ben undici anni fa  in Italia fu fatta la scelta di privatizzare l’Enel.

La liberalizzazione del mercato elettrico ha visto nascere in Italia 2.000 società di intermediazione, commercializzazione e distribuzione dell’energia: persino qualche Comune  italiano si è dotato di soggettività in materia energetica, potendosi così “regalare”, magari la centrale elettrica di Ottana.

E la Sardegna  e la Giunta Regionle? Muta, a dipendere da decisioni assunte fuori dall’Isola! E su un tema come  quello dell’energia su cui si giocano gli equilibri geopolitici del pianeta.

Il Piano Energetico Sardo elaborato dalle varie giunte delle ultime due legislature è certamente un utile e preciso inventario degli impianti di generazione elettrica e della rete di trasmissione, ma lascia inalterato lo stato di dipendenza della Sardegna sulle decisioni strategiche. Come spiegare altrimenti le scorribande  dei pirati del vento contro cui si sono sollevate le popolazioni dell’oristanese e non solo?

Negli interventi di giovedì qualcuno ha ricordato che diverse regioni italiane hanno costituito la loro Agenzia per l’energia, sollecitando la Regione a muoversi in tal senso.

Io penso che la Sardegna debba riprendersi ciò che l’Italia ci tolse quasi 50 anni fa, debba ricostituire l’ente sardo attraverso cui esercitare la piena sovranità in materia di energia, magari rivendicando allo stato e all’Unione europea un regime speciale nelle accise (imposte e tasse nella produzione elettrica) almeno finché si completi  la metanizzazione dell’isola.

L’emergenza industriale portata nelle strade di Cagliari dai 50.000 ci dice che senza sovranità, cresce la dipendenza. Un operaio di Ottana con ottimismo dichiarava alla stampa: “abbassando i costi dei trasporti e dell’energia, vedrete che la crisi passerà” In quelle parole si scorge l’ottimismo della volontà del popolo sardo che non vuole rassegnarsi. Anche stavolta la protesta è ricca di proposte: sta alla politica, a tutti noi, saperle cogliere e interpretare.

Il giorno precedente la manifestazione di venerdì scorso, la Fondazione Sardinia presentava al Presidente del Consiglio Regionale, ai capigruppo e a tutti i consiglieri regionali la proposta di un ordine del giorno che auspico che venga esaminato al più presto.

Il tema delle sovranità è davvero all’ordine del giorno, è nella coscienza e nelle speranze  dei sardi… di buona volontà e  spero anche di questo Consiglio Regionale, che ha dichiarato di condividere i contenuti della piattaforma sindacale.

Per concludere: attendiamo notizie da Alcoa, speriamo in buone nuove anche se questa Giunta ha dimostrato di non aver alcuna autorevolezza per contrattare con il governo Italiano “amico”.

Tutto ciò alla luce delle dichiarazioni recentissime di Barroso, che invitava il governo italiano a porre con urgenza il problema in sede europea, per poterne discutere in tempi utili per gli operai.

La sopravvivenza dell’impianto di Porto Vesme, però non  chiude la vertenza sull’energia, né quella sulle servitù industriali: la conquista di un prezzo europeo dell’energia elettrica può rilanciare le attività manifatturiere e la verticalizzazioni delle produzioni della metallurgia dei non ferrosi dell’alluminio, del piombo e dello zinco, perché in Sardegna resti anche il valore aggiunto dei prodotti finiti con lavorazioni che rispettino l’ambiente.

Un prezzo equo dell’energia, come dei trasporti e del credito per l’insieme dei comparti produttivi, dall’artigianato all’agroindustria, metterebbe il sistema Sardegna in grado di poter competere alla pari almeno nel mercato europeo.

Un tale obiettivo presuppone che tutti facciano la propria parte, la politica sarda in primis.

Casteddu 09.02.10                                                   ClaudiaZuncheddu                                                                                                                               

                                                                    Consigliera Rossomori



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